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Categorized | Fede, Scienza e Vita

L’Organizzazione Mondiale della Sanità in difesa dell’ “aborto in ogni caso”

Aborto sicuro. Guida dell’Oms

(“Aborto sicuro: guida tecnica e politica per il sistema sanitario”)

Lungi dall’essere un manuale di procedure mediche  testate e comprovate, esso è un vero e proprio “libretto rosso” molto utile al lavaggio del cervello alle femministe più convinte (caso mai, ne avessero bisogno …)

Per promuovere l’aborto libero, nel nome della salute delle donne, il manuale stabilisce innanzitutto un dogma: nei paesi in cui l’aborto è limitato o proibito, un gran numero di donne muore a causa degli aborti clandestini praticati in cattive condizioni igieniche. Per garantire il diritto alla vita di queste donne, bisogna dunque liberare l’aborto da ogni vincolo legale.

Tale dogma è però fondato su due premesse totalmente false:

1.      l’interdizione all’aborto o le sue restrizioni legali non riducono il numero degli aborti, ma  dirottano il problema verso la clandestinità;

2.      a causa di ciò, le restrizioni sull’aborto aumentano  la mortalità materna.

Queste due affermazioni dell’OMS fanno ricordare la triste massima di George Orwell: “Siamo caduti così in basso che il primo dovere di un uomo intelligente in questo tempo è quello di dar prova dell’evidenza”.

 

Dove non si abortisce…si nasce di più

Per  la prima affermazione, basti ricordare che in Polonia, dove l’aborto era libero prima della caduta del comunismo, e adesso è autorizzato solo per i casi di violenza e di rischio per la vita della madre, il tasso di aborto ha registrato la seguente evoluzione: da circa 130.000 aborti all’anno degli anni  ottanta a una media di 160 aborti all’anno dal 1999 al 2004. L’OMS intende forse dire che 129 mila polacche, vanno ogni anno, ad abortire all’estero?

Per svelare la seconda menzogna, il caso del Cile è eloquente. Un ricercatore, il Dottor Elard Koch, epidemiologo che insegna all’Università del Cile, ha dimostrato che, in seguito all’interdizione totale degli aborti avvenuta nel 1989, il tasso delle morti materne nel Paese è diminuito di circa il 70%. L’aborto più sicuro è dunque quello… che non viene praticato!

 

L’offensiva abortista all’OMS

Tutti questi aneddoti resterebbero fini a se stessi se l’OMS non pretendesse che il piano  dell’ “aborto in ogni caso” si imponesse a tutti i governi del mondo.

L’OMS consiglia fortemente di rendere l’aborto totalmente libero: di farlo dipendere unicamente dalla decisione della madre, a qualsiasi momento della gravidanza, per qualsiasi motivo che ella possa ritenere valido, senza  ritardi dovuti a una riflessione previa e senza alcun ostacolo amministrativo. Persino il Family Planning, il programma familiare per il controllo della nascite attraverso i più svariati metodi contraccettivi, non si spinge così lontano!

Tutto questo con il pretesto di eliminare le barriere d’accesso regolamentari o altre all’aborto.

In nome del principio secondo il quale la decisione di uccidere il bambino spetterebbe solo e soltanto alla madre, verranno quindi cancellate con un colpo di spugna:

-l’autorizzazione parentale nei confronti del minore;

- le restrizioni vigenti sulle istituzioni autorizzate a praticare l’aborto;

-le consultazioni preliminari;

- i ritardi obbligatori che intercorrono fra il consulto  queste e l’operazione; e

-persino il limite delle settimane di gravidanza!

In altre parole, secondo l’OMS, una donna dovrebbe essere autorizzata ad uccidere il suo bambino per qualsivoglia motivazione (sia anche per sua semplice convenienza), in qualsiasi momento della gravidanza (anche alla vigilia del parto), in qualsiasi luogo e senza dover compiere trafile di alcun tipo.

Il cinismo dell’OMS traspare, per esempio, nel modo apparentemente neutro e distaccato con il quale favorisce l’eliminazione del limite massimo di mesi di gravidanza:

Le leggi o le politiche che impongono limiti sul periodo massimo di una gravidanza in cui un aborto può essere praticato possono comportare conseguenze negative per le donne che hanno superato questo limite. Tali leggi/politiche costringono alcune di loro a procurarsi tale servizio presso operatori pericolosi o ad auto-praticarsi l’aborto attraverso l’uso di Misoprostolo (farmaco abortivo induttore del travaglio, ndr) o attraverso metodi meno sicuri, o addirittura ricorrendo a tali servizi presso altri paesi, il che diventa molto oneroso, sposta oltre nella gravidanza il periodo dell’intervento (e aumenta il rischio per la salute) e crea ineguaglianze sociali”.

Per farla breve, il diritto della donna all’aborto sicuro deve essere assoluto e non può accettare alcuna restrizione!

Neanche le convinzioni religiose o morali del personale sanitario. Su questo capitolo, l’OMS è inflessibile. Sotto il pretesto che è imperativo “eliminare le barriere che impediscono l’accesso delle donne ai servizi sanitari”, si deve, dice l’OMS “assicurare che l’esercizio di obiezione di coscienza non impedisca le persone ad accedere ai servizi ai quali esse hanno diritto” Più avanti, l’organizzazione  affonda la lama: “I professionisti sanitari a volte si esentano loro stessi dai servizi dell’ aborto sulla base dell’obiezione di coscienza a questo intervento, senza pertanto riferire alla donna un altro operatore d’aborto. In assenza di un medico disponibile, questo metodo può ritardare le cure dovute alle donne che hanno bisogno dell’aborto sicuro, il che aumenta i rischi per la loro salute nonché la loro vita. Benché il diritto alla libertà d’opinione, di coscienza e di religione sia protetto dalla legislazione internazionale dei diritti dell’uomo, quest’ultima stipola pure che la libertà di manifestare le proprie credenze o religione deve essere sottomessa alle limitazioni necessarie per proteggere i diritti umani di terzi. La legislazione e le regole non devono, dunque, autorizzare coloro che praticano e le istituzioni ad impedire l’accesso delle donne a dei servizi sanitari legittimi. I professionisti sanitari che invocano l’obiezione di coscienza devono avviare la donna ad un altro professionista con buona formazione e disposto a fare l’intervento, lavorando nello stesso centro sanitario o in un altro centro d’accesso facile autorizzato alla pratica secondo la legislazione nazionale. Quando questo avvio non è possibile, il professionista sanitario che ha delle obiezioni sull’aborto deve praticarlo lui stesso per salvare la vita della donna o per evitare danni alla sua salute”.

 

Imporre l’ “aborto in ogni caso”

L’OMS non vuole solo forzare la mano (piuttosto la coscienza) dei medici e infermieri, ma anche le istituzioni sanitarie, come le cliniche o gli ospedali privati, a volte a cura di istituzioni religiose. In effetti, la direttiva aggiunge questo paragrafo : “I servizi sanitari devono essere organizzati in modo da assicurare che un servizio effettivo della libertà di coscienza dei professionisti sanitari nei loro ambiti professionali non impedisca le pazienti di avere accesso a dei servizi ai quali esse hanno diritto in conformità con la legge”.

In pratica, ciò vuol dire che un ospedale cattolico dove i professionisti sono cattolici, deve avere un medico che pratichi l’aborto per assicurare il sacrosanto diritto della donna all’aborto …

Di fronte all’invecchiare dei militanti dei primi tempi, alla mancanza di entusiasmo delle femministe moderne e alla riduzione dei medici che praticano l’aborto, le lobby pro-morte hanno appena fatto uscire dal loro arsenale l’arma nucleare : una imposizione dell’ “aborto in ogni caso”, per mezzo degli organismi internazionali in nome delle convenzioni internazionali.

(associazione voglio vivere)